Un piccolo Messner 5 febbraio 2012
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Ieri mattina ho fatto qualcosa che, un anno fa, non ebbi il coraggio di tentare, nonostante ci fossero condizioni anche più favorevoli di oggi. Ebbene, per la prima volta in vita mia, ho fatto una piccola passeggiata sul ghiaccio! L’anno scorso, dicevo, benché vedessi tanta gente camminare tra un’isola e l’altra a Stoccolma, avevo troppa paura di essere il primo sfigato a mettere il piede nel punto sbagliato. Anche perché, quando credevo che si potesse camminare sul ghiaccio, in realtà non lo faceva nessuno e, quando invece pensavo che fosse troppo tardi, vedevo gente che camminava, sciava, pattinava.
Vicino a casa mia c’è un piccolo laghetto: una pozza d’acqua sporca larga circa trecento metri. Sin da quando mi son trasferito in Svezia, ho l’abitudine di farne il giro a piedi. A dire il vero, finché son stato disoccupato. era effettivamente un’abitudine, svolta ogni domenica mattina; da quando lavoro, invece, capita una volta al mese, se va bene. Ieri mattina ci saranno stati su per giù -11°C e Stoccolma era coperta dai pochissimi centimetri di neve caduti in questo inverno. C’è un piccolo molo, ad un certo punto del tragitto, sul quale mi fermo spesso per qualche minuto a guardare il panorama.
Non è nulla di che, a parte la presenza di un grande mulino rosso sulla sponda opposta del lago. Questa volta però, davanti ai miei occhi c’era una via di neve calpestata che attraversava tutto lo specchio d’acqua, con due persone che la stavano percorrendo. Intanto, in altri punti del lago, c’erano altre persone: chi sui pattini e chi sugli sci. Lì ho cominciato a pensare che, forse, se due persone potevano camminare così tranquillamente insieme, a maggior ragione potevo farlo io da solo! Tuttavia, non ero ancora del tutto convinto e sono rimasto a guardare… Finché non è arrivato un giovane, che dall’aspetto non sembrava per niente nordico e, anzi, poteva benissimo essere un Italiano. L’ho visto camminare fino ad una ventina di metri dalla riva con le sue scarpe da ginnastica. Ha raccolto un bastone che si trovava lì, per poi gettarlo dopo qualche istante. È rimasto fermo a guardarsi attorno per un paio di minuti e lì ho immaginato che non se la sentisse di continuare. All’improvviso, invece, è partito addirittura di corsa verso l’altro lato del lago e a quel punto ho avuto l’impulso decisivo per compiere questa “perigliosa traversata del lago davanti a casa”, di ben trecento metri. Ho vinto questa mia piccola paura che tenevo da sempre e ho attraversato l’intero specchio d’acqua, come in una qualunque altra passeggiata: niente di più facile!
Effettivamente, ci sono esperienze assai più soddisfacenti… Al di là del pensare d’essere in un punto dove di solito ci si affonda, camminare sul lago ghiacciato non è stato diverso dal camminare su un qualunque prato o marciapiede, tantopiù che la presenza di uno strato di neve non rende nemmeno il terreno scivoloso.
SCOIATTOLO: dal latino “scuriolu(m)”, attraverso la forma “sciuriolu(m)”, diminutivo di “sciurus”, dal greco “skíouros”, derivato di “skiá” = “ombra”, perché può farsi ombra con la sua coda (greco “ourá”).
Dieci cose che forse era meglio non sapere… 23 gennaio 2012
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…Sugli Svedesi. Oggi ho deciso di parlare un po’ di questo bel popolo che mi accoglie, raccontando alcune curiosità del loro stile di vita che parranno banalità a chiunque di voi vive qui ma che probabilmente non sono molto note agli altri Italiani. Si tratta, tengo a precisare, di comportamenti che appaiono incivili agli occhi di un Italiano ma che sono per lo più soltanto abitudini diverse (tranne qualche evidente eccezione). Penso che tra voi lettori ci sarà tanto chi reagirà ridendo quanto chi con disgusto.
Cominciamo…
1) Tavola: per uno Svedese è del tutto normale non aspettare che gli altri commensali si seggano per poter cominciare a mangiare. A dire il vero, noto che ormai anche in Italia è così. L’unica differenza è che, specie in pizzeria, prima di cedere al proprio istinto e avventarsi sul piatto, si finge di aspettare con dignitoso rispetto finché gli altri commensali concedono l’agognata manleva orale: “Ma figurati, comincia pure, che sennò ti vien freddo!”. Comunque, nessun Svedese si risente di ciò, quindi è evidente che non è considerato maleducazione.
2) Tavola 2: uno Svedese non ha nessun problema a parlare con la bocca piena, né tantomeno a pulirsi i denti con le dita.
3) Tavola 3: nei buffet svedesi, è normale trovare la pasta (in bianco) come contorno, piuttosto che come primo piatto.
4) Tavola 4: nei supermercati svedesi è facile reperire il famigerato “surströmming“: aringhe fatte fermentare per mesi con una tecnica apposita e mangiate crude quando il clima consente di farlo all’aperto (al chiuso, l’odore pare che sia insopportabile).
5) Caffè: gli Svedesi sono consumatori estremi di caffè: anziché l’italico espresso, i Vichinghi prediligono un bicchierone pieno di un tipo di acqua calda fortemente aromatizzata al caffè, tanto che il contenuto assoluto di caffeina è comunque superiore a quello di una normale tazzina. Ho dei colleghi che arrivano a bere tranquillamente sette tazze intere di questo intruglio ogni giorno, senza dare di matto.
6) Ah: quasi tutti gli Svedesi hanno un ossessivo intercalare fatto di gemiti che sembrano a metà fra il piacere e il lamento. Emettono il suono di una lunga “A” chiusa, in certi casi con una frequenza tale da non completare una frase senza averla interrotta prima con uno o due di questi versi. Certi li trovo davvero imbarazzanti e fastidiosi. Soprattutto al telefono, mi è capitato di sentirne alcuni dove, senza esagerare, la parola “A” era pronunciata più frequentemente di tutte le altre messe insieme, perché talvolta si sentono pure dei filotti del tipo: “A… A, a, aa… Precis!” A quanto pare, la funzione semantica di questo gemito è quella di rassicurare il parlante di avere l’attenzione del suo interlocutore.
7) Sospiri: una parte consistente di Svedesi, oltre al fastidioso verso di poc’anzi, ne possiede un secondo ancora più imbarazzante, ossia il sospiro. Di tanto in tanto, mentre uno ascolta durante una conversazione, magari in mezzo ad un paio di gemiti, ci infila anche una specie di improvviso e rapido sospiro, simile ad un singulto. Se io chiedessi ad uno di loro perché lo fa, son sicuro che negherebbe di farlo e anche d’averlo mai sentito fare. In certi casi, questo singulto tende assomigliare ad un risucchio; credo che sia una variante regionale ma devo ancora accertarmene. Ho sentito dire anche che questo proferire di sospiri sia tipico del Nord della Svezia ma a ma sembra che lo facciano un po’ tutti.
8) Piscine, saune, palestre et similia: gli Svedesi non temono l’attacco di funghi e pertanto camminano scalzi nelle docce pubbliche, dove usano anche scatarrare, soffiarsi il naso e probabilmente urinare. Da quel che ho sentito dire, però, prima di entrare in una piscina si viene costretti a farsi una doccia… Per motivi igienici.
9) Lingua: gli Svedesi parlano una lingua molto povera. Non ne hanno una gran colpa; probabilmente ciò è dovuto al fatto che di Svedesi, nella storia del mondo, ce ne son stati relativamente pochi e quindi hanno avuto pochi scrittori, poeti e in generale persone che potessero influenzare ed evolvere il loro linguaggio. Ne vien fuori che gli Svedesi usano la stessa parola per indicare tante cose che in italiano o altre lingue evolute si direbbero con 4, 5 termini differenti. Altresì, esistono enormi quantità di parole composte, talvolta persino inventate sul momento per sopperire alla mancanza di un termine vero e proprio. Non è infrequente che lo stesso oggetto abbia nomi composti diversi (qualche vecchio lettore si ricorderà dell’accendigas). Per esempio, per uno Svedese non vi è nessuna differenza tra “guscio”, “scorza”, “buccia”, “crosta”, “cotenna”: per loro, bene o male, si tratterà sempre di “skal” e se vorranno indicare che tipo di animale è il gambero, diranno che è uno “skaldjur” = “animale-buccia”; il limone, d’altro canto, è anch’esso munito di “skal” e lo stesso è per la mela e gli altri frutti. Come se non bastasse, lo svedese presenta un numero elevatissimo di termini importati dal francese. Va detto, giustamente, che esistono anche alcuni casi in cui è l’italiano a mancare di una vera traduzione per una parola svedese.
10) Sputi: moltissimi Svedesi, soprattutto fra le generazioni più recenti, sputano di continuo. Alla scuola dove andavo (forse l’ho anche già raccontato), l’ingresso non aveva una piastrella che non contenesse il residuo di almeno uno sputo. Ci sono persone che, nei cinque minuti di attesa per un autobus, sono capaci di disegnare per terra un’intera costellazione di sputi a disposti a raggiera. Non ho mai capito le ragioni di questo comportamento. Non è di certo una necessità impellente come sembra, perché allora non potrebbero sopravvivere senza sputare anche negli ambienti chiusi come posti di lavoro o supermercati. Tuttavia, c’è gente che all’aperto si priva della propria saliva ogni 5 secondi.
Mi fermo qui ma ce ne sarebbero ancora tante, di cose curiose da raccontare. Il controverso ruolo dei bambini, le abitudini alimentari (su cui, come avrete intuito dai 10 punti precedenti, ci si potrebbe scrivere un libro), la discutibile origine dell’attuale casa regnante. Al tempo stesso, gli Svedesi hanno naturalmente anche molti comportamenti che denotano una civilità che un Italiano, per adesso, se la scorda. Magari un giorno scriverò un post analogo sulle virtù degli Svedesi o addirittura sui vizi che un ipotetico Svedese potrebbe vedere in un Italiano.
MESCHINO: dall’arabo “miskin” = “povero, misero”.
Auguri 2011 23 dicembre 2011
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Ormai sta diventando una tradizione. Anche quest’anno ho creato una carrellata di immagini che raccolgono un po’ dell’atmosfera natalizia a Stoccolma, quest’anno minata dall’assenza di neve.
Auguri di Buon Natale a tutti i lettori!
CAMERLENGO: dal germanico “kamarling” = “addetto alla camera del re”, dal latino “camera”.
RECONDITO: dal latino “reconditu(m)”, da “recondere” = “nuovamente nascondere”.
Donazione 11 dicembre 2011
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Scrivo al volo questo post fuori tema per dire che finalmente ho fatto quel che probabilmente era doveroso fare già da anni: devolvere qualche soldo a Wikipedia.
Ebbene, erano giorni che ogni volta che consultavo il mio sito preferito, mi ritrovavo davanti la faccia di questa vecchia dall’aria saccente, sedicente autrice di centinaia di articoli, che invita a fare una donazione:
Con il timore di ritrovarmela anche in qualche incubo, mi sono fatto convincere e ho devoluto la mia parte, pensando anche alle migliaia di pagine che ho letto in questi anni senza pagare un solo centesimo. Sicuramente, se ci avessero messo l’immagine della solita strafiga sorridente, non avrebbe avuto effetto. La sapientona che fissa con sguardo severo gli scrocconi, invece, ha funzionato. Complimenti, signora Susan Hewitt: alla fine, l’hai spuntata!
Era giusto farlo, perché l’idea dietro a Wikipedia è eccezionale: un atto di autentica libertà di parola, libera dalla schiavitù del fine di lucro. Il servizio che rende, certamente non perfetto e non affidabile al 100%, è impagabile. Io stesso vi ho contribuito con la traduzione in italiano di un paio di articoli e magari, un giorno, scriverò qualcosa di mio.
Con questo post voglio solo sensibilizzare i miei cari lettori sulla questione della libertà di parola, di cui il mondo moderno ha enorme bisogno. Wikipedia è secondo me uno degli strumenti che si avvicinano di più alla vera libertà, anche se posso immaginare che persino lei non sia totalmente affrancata dagli interessi economici.
ALMANACCO: dall’arabo “manah” = “calendario”.
Borlänge! 28 novembre 2011
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Questo primo, vero post su WordPress ha come oggetto il mio trasferimento a Borlänge. Ebbene, dopo un mese e mezzo di incertezze, voci e conferme, mi sono trasferito qui per restarci circa un anno e mantenendo la possibilità di tornare a Stoccolma nei weekend. I miei colleghi stoccolmesi mi hanno regalato un libro sulle regioni svedesi. Mi chiedo chi di loro rivedrò tra un anno e chi no. Non che avessi rapporti particolari, a parte un paio, ma mi è comunque dispiaciuto lasciarli dopo soli sette mesi. Il fatto è che comincio un po’ a stancarmi di camiare ambiente. Con questo trasferimento sono stato in cinque “case” nel giro di poco più di un anno: Genova, Stoccolma, Erlangen, di nuovo Stoccolma e ora Borlänge.
Giovedì scorso feci già un salto qui assieme al mio capo, per dare un’occhiata all’appartamento. Quando mi dissero che era un monolocale, pensai che s’intendesse l’”etta” da (“ett” = “uno”) “alla svedese”, ossia una stanza da letto/soggiorno, più cucina e bagno. Invece no! La cucina è integrata nel resto del locale e c’è piuttosto uno sgabuzzino ampio ed inutile di fianco alla porta d’ingresso. Ne sono rimasto un po’ deluso, perché oltretutto il piano cottura è sprovvisto di cappa, quindi puzzerò di cibo per un anno. Per il resto, l’appartamento è sufficiente a soddisfare le mie esigenze ed, anzi, ha un grosso vantaggio: è ad un chilometro dal mio ufficio e circa 600 metri dal più grosso centro commerciale della città. È anche ad 1,7km dal cliente, dove probabilmente andrò quotidianamente a partire dal 2012. Questo significa che farò tante benefiche passeggiate (sul ghiaccio, vabbè) e avrò praticamente due ore di tempo libero in più al giorno rispetto alla mia routine capitolina.
Racconto un piccolo aneddoto accaduto nella stessa giornata di giovedì. Cambiando città, ho avuto il bisogno di trovare anche una palestra nuova. Per tutto l’anno ho frequentato la palestra aziendale e la SATS, la più nota e fighetta catena del regno. Ci andai perché è la più vicina a casa e, tutto sommato, pure economica, 470 corone al mese: poche per l’alto livello del servizio. La suddetta catena comunque manca di una filiale a Borlänge, perciò mi misi a cercare un’alternativa; la scelta cadde su Friskis&Svettis, altra popolare catena di palestre svedese. Mi recai, qualche giorno prima, in una filiale a Stoccolma a chiedere informazioni e mi dissero che l’abbonamento annuale costa circa 2900 corone: una bella differenza! Convinto della bontà dell’offerta, dopo la visita all’appartamento, sono andato col capo nella filiale di Borlänge di Friskis&Svettis e lì è successo qualcosa di abbastanza curioso e penso tipico della Svezia al di fuori della capitale. La signora alla reception mi ha detto che l’abbonamento costa 2000 corone, quindi ancora meno che a Stoccolma. Non solo, se si è studenti il costo diventa 1600 corone. Da un lato c’è quindi la SATS a 470×12=5640 corone all’anno, e la mia non era neppure la filiale stoccolmese più cara; dall’altro c’è invece una grossa palestra di Borlänge a 1600. Non ho avuto dubbi e ho cominciato a scrivere le mie generalità per ottenere l’abbonamento. Come avrete intuito, mi sono spacciato per studente.
In effetti, risulto essere ancora studente presso lo Sfinx, fino alla fine di gennaio. Tuttavia, siccome non mi aspettavo lo sconto per gli studenti, non mi ero portato il certificato che dimostra la mia posizione. Inoltre, il mio status di studente scadrà a gennaio, appunto, e l’ho detto alla signora. Lei mi ha risposto: “Non vuol dire: se tu ti iscrivi ora, per noi varrà comunque tutto l’anno”. Allora io sottolineo che non sono munito di certificati per dimostrare che non sono un sedicente allievo e lei mi ha ribattuto così:: “Non preoccuparti, io MI FIDO di te!”. Così ho stipulato il mio bel contrattino… Il mio capo non ha mancato di sottolineare, una volta usciti, che una cosa del genere è molto difficile che accada a Stoccolma (lui tra l’altro vive a Sundsvall, 500km a Nord della capitale). Non è finita. Già, nessuno s’è chiesto come mai sono andato a fare una simile commissione in orario di lavoro, proprio lo stesso giorno in cui avevo già altro da fare e addirittura con il mio capo? Ebbene, iscrivendosi entro il 30 novembre, la mia ditta rimborsa con un massimo di 1000 corone i costi che i suoi dipendenti sostengono per attività inerenti la buona salute, di cui è ovviamente portatrice di interesse. Quindi, in definitiva, andrò in palestra per tutto l’anno pagando la miseria di 600 corone, ossia circa 65 euro. A Genova ci si pagherebbe giusto un mese e infatti, guarda il caso, il centro fitness più famoso della città non mostra i prezzi sul proprio sito, al contrario degli analoghi svedesi.
Per concludere, cambiando discorso, ieri è stato il giorno del mio effettivo trasloco. Mi sono svegliato relativamente presto per fare i pacchi e, prima di lanciarmi verso Borlänge, ho partecipato al mio primo “visning”, ossia la mostra di un appartamento. Ho infatti visto un appartamento in vendita nella periferia di Stoccolma che mi è piaciuto particolarmente e così mi son voluto togliere la curiosità di vedere dal vivo una di queste mostre di cui sento parlare spesso. C’erano molte persone a vederlo e questo mi fa pensare che non riuscirò mai ad aggiudicarmelo. Oggi è infatti partita l’asta e l’agente mi ha già telefonato per chiedermi se voglio rilanciare… Il fatto è che io devo ancora chiarirmi con la mia banca! Anche se penso che non facciano problemi a concedermi un mutuo, vorrei capire bene come funzionano le cose, perché sono assai reticente nei confronti dei prestiti e qui in Svezia si parla sempre di quei “mutui inestinguibili” che mi convincono poco… Ma ci saranno altre occasioni per parlare di questo! Finita la visita, ho pranzato, son passato dall’ufficio e poi mi sono messo in marcia. Come avevo previsto parlando con alcuni amici, ho incontrato la prima neve dell’anno proprio mentre ero in macchina, curiosamente al confine con la Dalarna. La temperatura, fin lì molto calda (9 gradi), è scesa brucamente nel giro di un paio di chilometri e ha cominciato a piovere forte. Ancora un paio di chilometri e la pioggia è mutata in una vera e propria tempesta di neve, al punto che la visibilità era di non più di 7-8 metri. Appena giunto a Borlänge, ghiaccio ovunque. Sono arrivato giusto in tempo!
PALESTRA: dal latino “palaestra(m)”, dal greco “paláistra”, derivato di “paláiein” = “lottare”, di etimologia incerta.
Di sport e direttive aziendali 13 novembre 2011
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Qualche mese fa, uno dei capi regalò a me e ad altri della mia divisione un contapassi. Fu un pensiero carino, indubbiamente, per ingraziarsi i dipendenti. Cominciai subito ad usarlo, a misurare quanti passi c'erano, mediamente, dall'ingresso della ditta alle varie fermate degli autobus per capire quale fosse effettivamente la più vicina… Dopo i primi giorni d'entusiasmo, però, il gingillo è finito sul tavolo della mia stanzetta, quasi dimenticato.
Un paio di settimane fa ho ricevuto una lettera che parlava di una corsa a tappe, organizzata per squadre. Lì per lì mi sono detto: "A me fa schifo correre e non vedo perché dovrei participarvi per forza". In realtà, con un'altra lettera arrivata successivamente, è diventato tutto più chiaro e, devo dire, inaspettatamente curioso. In sostanza, questo capo ha avuto un'idea per farci mantenere in forma, stimolandoci a camminare di più. Siamo stati coattamente iscritti ad una corsa che consisterà nell'andare da Kiruna a… Gibilterra, passando attraverso Stoccolma, Copenaghen, Parigi e Madrid. Ebbene sì, sono svariate migliaia di chilometri! A questo punto ho capito che ovviamente non si tratta di una vera e propria gara podistica, bensì di una sorta di passeggiata virtuale. Ogni partecipante dovrà camminare ogni giorno il più possibile e riportare quanti passi ha fatto sul sito web di una ditta che, a quanto pare, è specializzata proprio nel gestire questo genere di competizioni. Sul sito sono presenti statistiche di vario genere e mostra i risultati ottenuti, sia a livello individuale che di squadra. Il percorso sarà completato sommando i passi fatti da ciascun compagno di squadra. Credo che i vincitori non riceveranno alcun premio. Sembra inoltre che non ci sia nessun genere di controllo, per cui chiunque potrebbe inserire dati falsi. È possibile inoltre convertire altre attività fisiche in "passi equivalenti", per cui io posso aggiungere qualcosa andando in bicicletta o in palestra.
Attualmente, dopo una settimana dalla partenza, mi trovo ad un rispettabilissimo terzo posto su 59 e c'è da tener conto del fatto che per i primi tre giorni non ho potuto usare la bicicletta (in riparazione). Sono il primo nella mia squadra, che è però "soltanto" seconda.
Tutto questo mi fa pensare ad una versione più umana della "coppa Cobram" fantozziana:
SOSIA: dal francese "sosie", dal latino "Sosia(m)", che a sua volta è il greco "Sosías", nome di schiavo nella commedia nuova, che nell'Anfitrione di Plauto e poi in quello di Molière, viene sostituito da Mercurio, il quale ne assume le sembianze.
Cinque minuti al bar 10 ottobre 2011
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Vedo che sul banco ci sono delle monete, allora penso che si possa ordinare qualcosa senza altri intermezzi, perciò mi avvicino e chiedo al barista: "un espresso!". Lui è impegnato a lamentarsi con un collega, a proposito di un terzo che, a suo dire, preferisce guardare la gente anziché darsi da fare. Appena si accorge di me, mi dice, spiccio: "deve fare lo scontrino". Vado a cercare la cassa, che si trova in un altro banco, quello dei panini. Mi metto in coda e dopo poco una signora si infila nella coda proprio davanti a me e con il suo forte accento locale, mi dice: "Permette? Sa, ho già fatto la coda da un'altra parte". Lascio fare, tanto più che ho molto tempo a disposizione. Quelli che sono in coda dietro di me sembrano disapprovare ma non intervengono.
Torno al banco col mio scontrino e sempre più voglia di assaporare un vero caffè espresso. Arriva un altro inserviente con una confezione di macedonia e, con voce molto alta, esclama: "La signora non la vuole più! L'ha aperta e poi non la voleva!". Il barista esaudisce intanto la mia semplice richiesta e un'altra cliente, come una mitraglia, gli ordina: "un-caffè-normale-e-un-decaffeinato: il-primo-normale-e-l'altro-non-lungo". Queste istruzioni sono così rapide che il barista ad un certo punto è costretto a farsi ripetere.
Io, condizionato da tutta questa frenesia, bevo alla svelta il mio caffè ed esco dal bar; varcata la soglia del locale, non mi ricordo già più il sapore di ciò che avevo appena comprato.
Bentornato a Milano, BadGrass!
DIABETE: dal greco "diabétes", da "diabánein", composto da "diá" = "atraverso" e "báinein" = "passare". Il termine si riferisce al frequente passaggio di orina dovuto alla malattia.
Gli esiti della proposta 4 ottobre 2011
Posted by Bad Grass in Uncategorized.Tags: avventura, etimologia, futuro, lavoro
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Chi ha letto il post precedente sarà probabilmente curioso di sapere come è andata a finire. Beh, ho mandato la mia lettera, chiedendo niente più che pagarmi l'affitto e i viaggi e, come mi aspettavo, non mi hanno fatto nessun problema. Alla fine, si può dire che loro c'abbiano abbiano provato: speravano forse che andassi là a spese mie; tuttavia, non si sono scandalizzati di fronte alla mia risposta. Anche qualora il nostro cliente non mi volesse alle sue dipendenze, lavorerò probabilmente a Borlänge per un bel pezzo, perché è la che la mia ditta ha tanto lavoro. Questo significa, tra l'altro, che vogliono passarmi a tempo indeterminato. Anzi, a dirla tutta, dopo qualche giorno, il tale che mi ha fatto la proposta è venuto nel mio ufficio per scusarsi, perché lui non sapeva che io avessi un contratto in scadenza. Non ci vedo nulla per cui valga la pena scusarsi ma è stato comunque un bel gesto, no?
Giovedì sono andato a fare il colloquio a Borlänge, presso il nostro cliente. Alle 7 del mattino il mio caporeparto è passato a prendermi a casa. Prima tappa, Sandviken, paese sovrastato da un'enorme acciaieria a circa due ore a Nord da Stoccolma. Lì abbiamo incontrato un nostro collega; ci siamo quindi recati da un importante cliente per presentargli le nostre cosiddette soluzioni, i nostri "concept". In parole povere: come sviluppiamo i progetti di automazione. Durante le tre ore dell'incontro, io sono intervenuto solo una volta per risolvere un piccolo problema che ha avuto il mio collega nella dimostrazione che stava facendo vedere. Del resto, non era previsto che io parlassi. Durante tutta la mattina, quindi, sono fondamentalmente rimasto fermo sulla sedia a trattenere gli sbadigli e a scambiare SMS con il mio capo a Sundsvall, riguardo ad un problema di rapporto delle ore di lavoro.
Alle 13 era previsto il mio colloquio a Borlänge e a mezzogiorno eravamo ancora a Sandviken, cioè piuttosto lontani. Io e il mio caporeparto abbiamo così deciso di mangiare per strada e, giunti a Falun, ci siamo presi un hamburger, da mangiare lungo il tragitto. Questo mio collega, un allegro signore sui 45 anni con la faccia paffuta, guidava, parlava al telefono e contemporaneamente teneva in mano l'hamburger. Quando non aveva l'hamburger, comunque, in un paio di occasioni ha preso appunti appoggiando un post-it sul volante. La cosa sorprendente è che lui è sembrato perfettamente a proprio agio: anzi, sembrava che si stesse divertendo. Io lo troverei molto stressante, oltre che pericoloso.
Siamo riusciti ad arrivare a destinazione sani e salvi e persino in orario. Certo, i nostri aliti non erano più quelli adatti ad un incontro con chi potrebbe darci da lavorare ma non si può aver tutto.
Il colloquio, dunque… S'è trattato di un incontro con un signore piuttosto giovane, forse sotto i 40 anni. Ha parlato quasi sempre lui, mostrandomi le attività che dovrò svolgere con i suoi colleghi. Non mi ha entusiasmato molto, anzi: si tratta comunque di un lavoro nuovo, non esattamente lo stesso che è previsto dal mio contratto. Io mostrato interesse per la conversazione, facendo qualche domanda riguardo alle cose che mi stava dicendo. Tra l'altro, a Borlänge la gente parla il cosiddetto "dalmål", il dialetto locale, che non è proprio uguale alla lingua svedese come la conosco. Il tipo mi ha detto ache che mi darà una lista di posti da visitare in Dalarna, la regione di cui Borlänge è il capoluogo. La suddetta lista è cominciata con "le miniere di Falun"… Se il primo posto che gli viene in mente è una miniera, chissà quali altre imperdibili mete turistiche ci saranno da vedere!![]()
Il tutto è durato circa una ventina di minuti… Io, a quel punto, ero abbastanza stanco dal pensare di andare a casa ma il mio caporeparto ha deciso che era bene salutare prima un po' di persone. Ci siamo quindi messi in marcia, attraversando lo stabilimento e andando a chiaccherare con vari soggetti dislocati qua e là nei capannoni. Mi sono annoiato tremendamente.
Finalmente, verso le tre e mezza del pomeriggio, decidiamo di tornare verso Stoccolma. Durante il tragitto, il mio caporeparto mi dice: "stasera c'è il festival del whiskey, ci andiamo?" Per fortuna ho scoperto che il festival era anche della birra (a me i superalcoolici non piacciono granché) e ho accettato di buon grado. Trovo che sia bello che ci sia, tra noi dipendenti, questa "parità". Non percepisco mai la differenza che può esserci tra un caporeparto di mezza età, con lunga esperienza e discreto potere decisionale, ed un neodipendente alle prime armi. Alla fine, tutti diventiamo uguali di fronte ad un buon bicchiere di birra.![]()
Comunque andrà con Borlänge, sono molto contento d'essere entrato a far parte di un'azienda prestigiosa, con un buon stipendio, colleghi capaci e, a quanto pare, un contratto a tempo indeterminato. Dopo tanta diffidenza, ho trovato dei soggetti disposti a investire su di me (piuttosto che sfruttarmi) e lo hanno già dimostrato mandandomi a studiare negli USA e proponendomi di fare pratica per un anno intero nella tana del lupo.
Dopo aver pianificato la mia nuova vita in Svezia per tanti anni e aver ricevuto centinaia di delusioni, comincio a raccogliere qualche frutto… Era ora!
EMBLEMA: dal greco "émbléma", da "bállein" e "en" = "che si applica dentro".
Proposta indecente 18 settembre 2011
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Mi sono indubbiamente preso una lunga pausa estiva, visto che sono più di due mesi che non aggiorno il blog!
Sono successe tante cose che si potrebbero raccontare, in questo periodo, almeno per due o tre post… Ma non ho mai visto le condizioni di "voglia" e "tempo" verificarsi contemporaneamente!
Comunque, quel che è successo questa settimana è davvero rilevante e quindi mi accingo a scriverne qualche riga.
Come prima cosa, intanto, un brevissimo riassunto: sono stato in Italia una settimana, ad agosto ho lavorato tantissimo e sono uscito un po' con gente varia a divertirmi. Ecco, ho finito il riassunto!
Veniamo a questa settimana, piuttosto! Qualche giorno fa, attraverso LinkedIn, ho ricevuto un invito per un colloquio presso una ditta che si occupa di software per smartphone. Ho risposto dicendo tutta la verità, nient'altro che la verità: io vorrei proseguire il mio lavoro presso il mio attuale datore ma, siccome sono in scadenza di contratto e non si sa se vogliono tenermi, accetterei volentieri un incontro. Non ho più ricevuto risposta.
Detto ciò, giovedì ho fatto una serata con alcuni colleghi dove, tra un discorso e l'altro, sono emersi dei dettagli che facevano pensare che io continuerò a lavorare anche dopo ottobre e… Il giorno seguente, in effetti, uno dei miei capi è venuto per farmi una proposta. Bene… Anzi, male! Questo pasciuto signore, in sintesi, mi ha detto: "Ho pensato che la cosa giusta da fare sia che tu ti trasferisca a Borlänge per un anno, per lavorare come consulente presso il nostro cliente. Avrai occasione di accumulare un'enorme esperienza; vorremo inoltre che tu diventassi un esperto di azionamenti (dispositivi elettronici che controllano il funzionamento di un motore elettrico di grosse dimensioni, NdB)". Si tratterebbe, quindi, di cambiare sia mestiere (tra l'altro gli azionamenti sono roba da ingegnere elettrico e io sono un informatico) e soprattutto città. La ditta si preoccuperà di trovarmi un appartamento ma non mi sarà concesso il già esiguo indennizzo di cui ho già parlato in precedenza. Non solo: a quanto pare, dovrei pagarmi sia l'affitto che i viaggi da/per Stoccolma. Io non ho alcuna intenzione di cedere il mio attuale alloggio, né di trascorrere i miei weekend nella tristissima Borlänge e mi ritroverei ad andare avanti e indietro per la Svezia a cadenza settimanale. Pertanto, mi ritroverei, oltre ad un sostanzioso aumento di stress dovuto agli spostamenti, un considerevolissimo incremento delle spese, inaccettabile. Ho fatto un conto approssimativo da cui emerge che, al netto di queste spese aggiuntive, andrei quasi in pari, ossia riuscirei a risparmiare pochissimi soldi per un anno intero. A queste condizioni ho deciso che non accetterò l'incarico e probabilmente questo implicherà perdere il lavoro. È un'azienda ambitissima e prestigiosa, la mia, con uno splendido ambiente di lavoro; mi dispiacerebbe moltissimo non proseguire la mia carriera lì… Ma se queste sono le condizioni per restare, allora credo che prefirei trovare un altro lavoro, che magari mi piace poco, ma che mi permette di stare a Stoccolma.
Ho lavorato duro per parecchi anni per poter finalmente costruire il mio futuro come lo voglio io e, ora che ci sto pian piano riuscendo, questi mi propongono di trasferirmi in una città che non mi piace per niente. Io ho firmato un contratto dove c'è scritto che faccio il lavoro X, nella città Y, con lo stipendio pari a Z corone svedesi… La ditta mi sta dicendo invece che mi farà fare un'altra cosa, in un posto a 300km da dove vivo e per giunta abbassandomi di brutto lo stipendio. No, credo proprio che piuttosto me ne rimarrò disoccupato a studiare svedese, a Stoccolma! Se avessi voluto lavorare a Borlänge, avrei cercato lavoro là!
Pertanto, in definitiva, devo fornire una risposta entro poche ore, perché il trasferimento potrebbe avvenire già la prossima settimana. Ci sarà nel frattempo un colloquio con il cliente dove, improvvisamente, il sottoscritto potrebbe dimenticarsi quel poco di svedese che ha imparato.
Scherzi a parte, oggi spedirò una lettera ai miei capi dove scriverò in termini semplici e chiari che la ditta dovrà farsi completo carico del secondo affitto e di tutti i viaggi da/per Stoccolma. Queste sono davvero le condizioni minime. In realtà, sarebbe giusto che mi dessero anche qualcosa in più, visto che dovrò affrontare una lunga serie di disagi. Così fanno le ditte serie, almeno. Io, comunque, penso che accetterò di trasferirmi anche senza indennizzo. Nel caso invece mi dicessero che non mi daranno neanche i soldi per sostenere le spese, si prefigurano tre scenari: 1) rifiuto ma rimango in ditta, magari occupandomi di una controproposta che ho già preparato e che credo sia molto positiva sia per me che per loro; 2) rifiuto e loro mi lasciano a casa; 3) accetto ma a quel punto dovrò parallelamente cercarmi un altro impiego. Lavoro per vivere: prima viene la mia vita e poi le esigenze della ditta! C'è in teoria anche il quarto scenario: accetto e mi trovo talmente bene a Borlänge che non vorrò più tornare indietro… Molto difficile!
LUMACA: dal latino "limax", correlata al greco "lèimax" = "luogo umido".
PUTATIVO: dal latino "putatívus" = "reputato (per quel che in realtà non è)".
La festa dei Vichinghi 6 luglio 2011
Posted by Bad Grass in Uncategorized.Tags: cazzeggio, etimologia, svezia
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Lo scorso weekend sono andato assieme ai consueti compagni di serate a vedere il Vikingafestivalen che si è tenuto a Stallarholmen, paesino a circa 80km da Stoccolma. In sostanza lo si potrebbe descrivere come una specie di sagra come ce ne sono tante nelle estati italiane ma in tema vichingo. Infatti, chi entrava nell'area della manifestazione, se non era vestito in abiti d'epoca, doveva pagare 60 corone. Tra l'altro, piccola nota curiosa: non esistevano praticamente barriere od ostacoli d'altro genere per eventuali "portoghesi", se non una breve e facilmente scavalcabile transenna. Qualcosa mi dice che a Genova non avrebbe funzionato.
All'intero dell'area (sostanzialmente un grosso prato a ridosso di una spiaggia e alcune villete non recintate) c'erano numerose tende e banchetti che vendevano bigiotteria di gusto nordico. In più, quà e là c'erano delle persone che cucinavano le semplici pietanze vichinghe (o presunte tali). C'era persino un fabbro che lavorava e, ovviamente, luoghi per mangiare e bere.
Il pezzo forte del festival era però una porzione di campo riservata a varie rievocazioni storiche: combattimenti, scenette varie e tipici giochi vichinghi. Questi ultimi in particolare mi hanno colpito per la loro semplicità. Anzi, a dire il vero, lo stile era identico a quello della "zampa di ferro" in "Attila flagello di Dio".
Una delle sfide più buffe è quella dove coppie di avversari si abbracciavano mettendosi reciprocamente una mano in bocca, dopodiché cominciavano a tirare. Non sono riuscito a capire quando il gioco termina ma questo è ciò che si è visto (ringrazio Smonta che mi ha fornito l'immagine):

A parte l'evidente maschilismo (tutti i giochi erano svolti da uomini e basati sulla forza fisica), quei giochi davano bene l'idea di quanto sia in realtà semplice divertirsi senza ricorrere necessariamente alle tecnologie moderne. La semplicità della cultura vichinga e del Medioevo in generale, per questo, mi affascina.
CAMALEONTE: dal greco "chamalèon", da "chamailòs" = "strisciante", da "chamai" = "a terra".


